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  CONTURRANA (TRA STORIA E LEGGENDA)  
 


Il discorso sull'esistenza di Conturrana si presenta subito irto di grandi difficoltà, sia perché nulla ormai ci resta che possa testimoniare in favore dell'esistenza della borgata, sia perché le numerose testimonianze degli storici che ci sono arrivate, quando non sono confuse, si contraddicono in vari punti.
Personalmente, sono dello stesso avviso di Tertulliano, laddove afferma che, in mancanza di una testimonianza sicura, la tradizione depone sempre a favore.
Ma, a conclusione di questo breve capitolo, vedremo che disponiamo di qualcosa di più della semplice tradizione.

Qui, in effetti, ci troviamo in un campo dove non è facile stabilire i confini tra storia e leggenda e per dare al lettore la soddisfazione di un proprio giudizio, mi limito a riportare, pur sommariamente, alcune delle testimonianze più importanti.
Nel frammento del XIV libro della sua Biblioteca storica, Diodoro Siculo, dopo aver parlato delle lotte tra Romani e Cartaginesi attorno a Liljbeo e Drepano(1), così continua: "…Giunio(2) andò agli accampamenti nel Liljbeo; avendo assalito di notte Erice, l'occupò; dopo fortificò Egitallo, ora chiamato Acello, lasciandovi un presidio di ottomila uomini; ma, avendo saputo Càrtalo(3) che il nemico si trovava presso Erice, vi condusse con le navi una squadra e, sconfitto il presidio con uno stratagemma, si impossessò di Egitallo". Ma, sempre secondo Diodoro Siculo, Giunio, ricevuti i rinforzi, ritornò all'offensiva nell'intento di riconquistare quell'importante posizione strategica che permetteva il controllo dei traffici marittimi tra Panormo, Drepano e Liljbeo. Cartalo, accorgendosi dell'inutilità di una resistenza, per non riconsegnare le fortificazioni al nemico, rase al suolo la fortezza.
Cicerone, nelle orazioni contro Verre, dice che Enea, sfuggito all'eccidio di Troia, approdò alle spiagge ericine e fondò sull'Egitarso la grande città di Egesta, o Segesta, che poi prese il nome di Conturrana.
Mario Arezzo, nella sua opera De situ insulae Siciliae, riporta l'opinione di Cicerone e aggiunge che è proprio in quei luoghi che il giovane Vito riparò per sfuggire all'ira di Diocleziano.
Rocco Pirro, nella sua Sicilia Sacra, identifica anch'egli la Conturrana dell'Egitarso con "l'Egesta fondata da Egesto troiano… o Segesta, fondata da Aceste, re siculo".
Il Fazello, nel De rebus siculis, Dec. I, lib. VII, cap. 3, pur dichiarando Conturrana frutto della fantasia del volgo, parla dell'esistenza a 500 passi dalla riva di una rupe immensa, staccatasi dalla montagna e chiamata Conturrana.
In un'edizione di Tolomeo, stampata a Venezia nel 1548, nella tavola settima dell'Europa, libro terzo, nella carta della Sicilia, si legge: "Cetaria = Contorrana rovinata".
Queste non sono che alcune delle numerose testimonianze di cui disponiamo, e a me pare che non sia necessario andare oltre, potendosi già evincere quanto mi accingo a dimostrare.
Innanzitutto, da tutti gli autori citati viene data per certa l'esistenza di una città sull'Egitarso. E' pur vero che il Pirro, Tolomeo e Cicerone confondono Conturrana rispettivamente con Segesta, Scopello ed ancora Segesta; ma ciò, a mio giudizio depone a favore dell'esistenza di Conturrana; perché, se questa non è mai esistita, da che cosa questi autori sono stati indotti in errore?
E non bisogna dimenticare che Cicerone scrisse le Verrine nel 70 a.C., quando Segesta era stata distrutta da circa un secolo e molto prima del momento in cui la tradizione vuole la tremenda frana.
Per quanto riguarda il brano di Diodoro Siculo, occorre evidenziare l'impossibilità che lo stesso sia incorso in una "confusione per difetto", perché mai Segesta avrebbe potuto assurgere al ruolo di "importante posizione strategica che permetteva il controllo dei traffici marittimi…", e poi, ch'egli visse nel I secolo a.C., e da buon siciliano doveva conoscere la sua patria, tant'è che un altro grande siciliano, Vito Amico (1697 - 1762), afferma che l'Egatirso corrisponde con l'Egitallo di cui parla Diodoro Siculo.
Ed è proprio dall'Amico che ci viene una valida testimonianza circa l'esistenza di Conturrana.
Leggiamo, infatti, in un passo del suo Lexicon siculum, tradotto dal latino da Gioacchino Di Marzo, ed edito nel 1733 col nuovo titolo di Dizionario geografico della Sicilia: "…Osserviamo oggi grandi avanzi di abitazione e di una fortezza un tempo ingente, qual si fu Acello, e vengono dal volgo chiamati Conterrana…".
Se uno studioso attento e scrupoloso come l'Amico, poteva osservare agli inizi del 1700 "grandi avanzi di abitazione e di una fortezza", se non viene accreditato completamente il racconto di Diodoro Siculo, credo, però, che pochi dubbi restino sull'esistenza di Conturrana.
Ma c'è di più.
Ipotizziamo per un momento che nel luogo dove ora sorge il Santuario, esistesse ab origine (parlo dell'epoca romana e immediatamente post-romana) un tempietto dedicato ad una qualche divinità pagana, o una semplice ara, adatta a compiere determinati sacrifici. Supponiamolo, e, per il momento, accantoniamo la supposizione, per parlare di qualcosa che, invece, è storia.

Nell'agosto del 1981, nel corso di una breve permanenza estiva in San Vito Lo Capo, lo studioso Gianfranco Purpura scoprì casualmente l'esistenza di uno stabilimento antico per la lavorazione del pesce, nei pressi della tonnara del Secco.
"Gli stabilimenti antichi per la lavorazione del pesce e per la conservazione delle eccedenze del prodotto, non solo provvedevano alla salagione del pescato… ma curavano anche la preparazione di una apprezzata salsa di pesce, il "garum", composta di intestini di sgombri o di tonni, talvolta mescolata con piccoli pesci interi, lasciati a macerare in vasche con il sale per circa due mesi, al calore del sole. …Il garum veniva consumato come condimento… e pare che l'invecchiamento ne migliorasse la qualità. Il migliore era ritenuto quello prodotto con viscere e sangue di tonno, ma egualmente apprezzato era il garum nero di sgombro spagnolo. …Fonte di grandi guadagni per i cartaginesi in età ellenistica, continuò ad essere prodotto su larga scala sotto la dominazione romana e ad essere esportato dalla Spagna in età imperiale in caratteristiche anfore (Dressel 7-9) in ingenti quantità. Alla diminuzione del flusso delle esportazioni spagnole corrispose nell'età dei Severi l'accentuata presenza di contenitori africani per questo prodotto, che continuò, però, ad essere preparato anche in Spagna, ancora in età assai tarda"(4).
Dal suolo presso la tonnara il Purpura ha potuto raccogliere una tale quantità di cocci di anfore commerciali, da consentire di avanzare qualche ipotesi sul periodo di tempo di utilizzazione dell'impianto.
Nel dettaglio:
1- frammenti di anfore della fine del IV, inizi III secolo a.C. (numerosi i punici, pochi i greci);
2- frammenti di anfore greco-italiche del III secolo a.C.;
3- orli di vinarie-italiche del II-I sec. A.C., "ma in numero più limitato e ciò potrebbe riflettere un calo nella produzione, conseguente ai dissesti della conquista romana"(5);
4- cocci di anfore Dressel 2-5 dalle anse bifidi della fine del I sec. a.C., inizi del secolo successivo;
5- elevato numero di cocci di anfore del II sec. d.C.. "Si può forse supporre un incremento nella produzione dell'impianto in questa età. Le anfore sono del tipo c. d. tripolitano, soprattutto delle prime due fondamentali forme: tripolitana I e II"(6).
6- Cocci di anfore c. d. africane del III secolo d. C.;
7- "Dopo la grande crisi del III sec. d.C., la scarsezza di frammenti degli inizi del IV sec. potrebbe indicare un rallentamento dell'attività in questa età, ma nei secoli successivi sembra che l'impianto abbia continuato a produrre, almeno fino all'arrivo degli arabi. In conclusione, l'antichità e la continuità nel tempo sembrano essere alcuni dei dati più interessanti che valgono a differenziare l'impianto di S. Vito dagli altri che, in
genere si rinvengono utilizzati solo dal I sec. a. C. fino al III sec. d. C.
"(7).

Le anfore per trasportare il garum comportavano la presenza delle vasche per la lavorazione.
Infatti, "nei pressi della tonnara di San Vito Lo Capo, lungo la riva del mare, a circa una ventina di metri dal lato NNE, intorno ad un magazzino quadrato, attualmente deposito di attrezzi da pesca, si riscontra l'esistenza di numerose vasche rivestite in cocciopesto a grana fine con intorno molti frammenti di anfore antiche… Gli avanzi più cospicui dell'antico impianto si osservano a SSO dell'asse passante dalla parete a monte del magazzino. Altri resti si scorgono… Le vasche di San Vito sono realizzate con muretti di pietrame che si conservano per un'altezza media di circa 35 cm. Si constata, soprattutto negli angoli, la sovrapposizione di numerosi strati, piuttosto spessi, di cocciopesto. Poiché tre strati soltanto sembrano costituire la consueta impermeabilizzazione, il numero dei rivestimenti delle vasche di San Vito rivela un'utilizzazione per un arco di tempo piuttosto lungo"(8).
Il Purpura conclude affermando che "la scoperta a San Vito di un impianto per la lavorazione del pesce potrebbe indurre a vedere in esso una conferma diretta di antiche congetture formulate sull'ubicazione di Cetaria, cittadina menzionata nelle fonti, soprattutto romane, lungo questo tratto della costa siciliana".

Cerchiamo, adesso, di mettere assieme le testimonianze, e di trarne qualcosa di valido:
- Diodoro Siculo (I sec. a.C.) ci riferisce di una fortezza in questo territorio, durante il periodo della prima guerra punica (264 - 241 a.C.);
- L'ericino Vito Amico (1697 - 1762) afferma che l'Egatirso (San Vito Lo Capo) corrisponde con l'Egitallo di Diodoro Siculo;
- Il Purpura scopre in territorio di San Vito Lo Capo un impianto ittico per la lavorazione del pesce che sarà stato attivo dalla fine del IV secolo - inizi del III secolo a.C., fino all'arrivo degli arabi (827);
- Numerosi frammenti di anfore trovate dal Purpura sono di tipologia punica. Poi sovrabbondano i frammenti di anfore di tipologia romana, risalenti al II-I sec. a.C.;
- Sempre Vito Amico, agli inizi del 1700, osservava "grandi avanzi di abitazione e di una fortezza un tempo ingente, qual si fu Acello e vengono dal volgo chiamati Conterrana";
- Attorno al 1950, sotto i massi della valanga (Conturrana) furono per puro caso rinvenuti alcuni frammenti di suppellettili e piccole brocche. Altri vasi e suppellettili sono stati rinvenuti in alcune tombe scavate nel tufo, appena fuori dell'attuale centro abitato, lungo la strada che porta al Salce;
- Sempre il Purpura, nell'articolo citato, afferma che l'esistenza di un antico centro abitato andrebbe ricercata in posizione alquanto elevata rispetto all'attuale paese, e scrive che "è recente, infatti, la notizia del rinvenimento di una catacomba paleocristiana nei pressi della cinquecentesca chiesa-fortezza e di una necropoli antica alle spalle del paese".

A questo punto, tralasciate tutte le comprensibili confusioni e trasposizioni sui nomi, noi disponiamo di una sola certezza: nel nostro territorio c'era un impianto ittico che produceva sin dalla fine del IV secolo a.C. con una presenza "punica", soppiantata, nel periodo delle guerre puniche, da una presenza "romana", che, modificatasi e adattatasi nel tempo, avrà continuato a lavorare fino al periodo arabo.
…Sottolineo: a lavorare e a risiedere in loco (catacombe paleocristiane, delle quali tornerò a parlare, e necropoli alle spalle dell'attuale paese).
Così, l'Amico, agli inizi del 1700, avrà potuto osservare i resti di abitazione e di un'antica fortezza, e poco importa se la stessa distrutta da Càrtalo prima della fuga; così, tutti coloro che nel corso dei secoli hanno scritto su san Vito e sul suo Santuario, avranno testimoniato dell'esistenza di un antico centro pagano, da sempre ubicato in una posizione elevata rispetto all'attuale paese, nella zona dove c'è stata una tremenda frana (valanga) e dove viene ubicata Conturrana.
Vedremo come l'attuale paese cominciò a svilupparsi attorno al Santuario solo in conseguenza della Censuazione dei beni patrimoniali, voluta dal Caramanico alla fine del 1700. Ma quanto finora detto attesta la preesistenza, probabilmente interrotta in un determinato periodo, di un'antica concentrazione di habitatores.
E che altro ci dice un affresco del santuario della Madonna di Trapani, datato attorno al 1500, dove si fa esplicito riferimento ad una contribuzione fatta dai pescatori di Conturrana per lavori fatti nel tempio?

E' mia opinione che, fin dai tempi più remoti, questo territorio sia stato abitato da un modesto nucleo di pagani (punici, romani) prima, cristiani poi. Gente che ha costruito le loro case appunto nella zona della "valanga", in zona più elevata e sicura, e che si dedicava alla lavorazione del pesce e alla produzione del garum, nei pressi dell'attuale tonnara, o all'agricoltura e alla pastorizia, in tutto il territorio. Pagani, dicevo, come gli altri di Erice; ma meno "civili" e più dediti alla vita dei campi e del mare. E avranno pure fatto i loro sacrifici agli dei nei quali credevano e che cercavano di tenersi buoni, perché assicurassero loro i mezzi di sussistenza. Non è escluso che il loro tempietto fosse ubicato proprio là dove sorge il nostro Santuario dedicato a San Vito.
Cerco di essere molto chiaro.
Credo che si sia arrivati all'attuale culto di san Vito, attraverso l'ammodernamento di ascendenze precristiane e la cristianizzazione di un substrato magico-mitologico del mondo agricolo pagano, accettato anche dagli habitatores del nucleo abitato di questo territorio, Conturrana, o comunque lo si voglia chiamare.
Così arriva dal mare un santo che non pare abbia abitato in terra di Sicilia; così, nel tempo, l'immaginario collettivo ha cristianizzato una sciagura immane come la frana su di un centro abitato; così, qui come nel mondo a suo tempo interessato ai riti pagani di Roma, ai piedi di san Vito sono stati posti due cani.

Sì, proprio i cani! Perché sono loro un'importante chiave di lettura.


(1) Marsala e Trapani.
(2)Comandante dell'esercito romano.
(3)Comandante dell'esercito cartaginese.
(4)G. PURPURA, Pesca e stabilimenti antichi per la lavorazione del pesce in Sicilia: S. Vito (Trapani), Cala Minnola (Levanzo), in Sicilia Archeologica, Anno XV, 1982, n.48.
(5)Idem.
(6)Idem.
(7)Idem.
(8)Idem.

Testi tratti dalla pubblicazione "San Vito Lo Capo ieri e oggi" - 50° dell'Autonomia Comunale.

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