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  STORIA DEL SANTUARIO  
 


Fatte queste premesse, credo doveroso ridare la parola al Provenzano:
"L'origine di questa Chiesa e fabrica si ha esser successa in questa maniera.
Era nel detto luogo una piccola cappelletta dedicata al glorioso santo Vito, e si ha per antica e costante tradizione che questa chiesetta o cappella sia stata fabricata ivi, perché il Santo in compagnia di Modesto suo compagno, e di Crescentia sua nutrice fuggendo dalla città di Mazara loro patria per la persecutione grave mossa dagli infedeli contra Cristiani si ricoverò ivi vicino in certo luogo detto Contorrana, o la lavanca et in quel tempo terra habitata come vuole Arezzo siragusano, dove essendo stato per lo spazio di qualche tempo, avisato da un Angelo, che dovesse partirsi da quel luogo se n'andò con suoi compagni, e tirando verso del mare gionto in quel luogo ove hoggi dì si vede la sudetta fabrica e chiesa che puodesser discosto da Contorrana da due miglia, rovinò tutta quella costa per castigo, come dicono, di Dio opur per terremoto naturale con grandissimo fracasso, che sin hoggi a chi la guarda e considera generano le sue rovine meraviglia et orrore: per la qual causa dopo in honore di detto Santo fu eretta la sudetta cappelletta in quel luogo appunto dove era arrivato, e si riposò nel punto della sudetta rovina
" (cap. 14, f. 155).
Integriamo con quanto scrive il Carvini al f. 109 del suo manoscritto citato:
"Questa Chiesa in qual tempo sia stata così ampliata non habbiamo vestigio, solamente sappiamo ella essere (per oculata scrittura) prima del 1241, poiché in questo di lei si fa menzione in una scrittura dell'Archivio della Città, ed è delle più antiche scritture che in detto Archivio si ritrovino…".
Ribadiamo, pertanto, che non v'è alcun dubbio che ad erigere il Santuario siano stati gli Ericini. Il territorio di Santo Vito de la Punta faceva, infatti, parte della Universitas Montis Sancti Juliani, l'odierna Erice, come ci attesta un documento di Federico II di Svevia, datato 1241, col quale alla suddetta Università veniva confermata la concessione di terre fatta precedentemente da Guglielmo II e da Markwald d'Anweiler(2).
L'illustrazione che segue è la rappresentazione del territorio dell'Università del Monte di San Giuliano, fatta dal sac. Matteo Gebbia a corredo dell'opera del Carvini. In essa sono ben delineati i confini di detto territorio che, secondo il richiamato "Privilegium concessionis territorii" di Federico II, "sic concluduntur videlicet: a fonte Comitis qui est in via qua itur panhormum iuxta tenimentum casali rahalbesi et deinde per viam viam usque ad flumen descendentem de calataphim et deinde descendit per flumen flumen usque ad mare et deinde per lictus maris usque ad punctam sancti Viti et de ipsa puncta per lictus maris usque ad flumen custonatii…".

"…L'ampio territorio dell'Università di Monte San Giuliano sarebbe stato concesso alla comunità di cives e di habitatores già congregata nella prima mettà del sec. XIII sulla cima del Monte un tempo sacro alla Dea, da Federico II di Svevia. …Il privilegio di Federico ampliava notevolmente la superficie del territorio di pertinenza alla risorta antichissima cittadina, in seguito alla richiesta in tal senso rivolta dai Sindaci e Procuratori di essa, un Gerardus de Octomano ed un Paganus de Brunecto, i quali a Capua, nel corso della "solenne curia" celebratavi per la conferma dei privilegi di ogni città (1240-41), avrebbero tenuto presente al sovrano l'insufficienza delle terre disponibili dagli ericini "pro eorum massariis, agriculturis et aliis necessariis peragendis"(3).
Detto privilegio fu in seguito confermato in Trapani, il 28 marzo 1392, dal re Martino e dalla regina Maria.
Che nel privilegio di Federico II si parli espressamente della "punctam Sacti Viti" ha indotto il Castronovo(4), il Carvini e il Cordici(5) a ritenere che la data di fondazione del nostro Santuario rimonti per lo meno agli inizi del XIII secolo.
Dire ora che le modifiche ed ampliamenti dell'originaria cappella siano state effettuate con un unico intervento, e che il Santuario abbia raggiunto lo stato attuale prima del 1241, a me sembra un po' difficile da sostenere, in assenza di precisi documenti. Ma lo stile di questa fortezza, che il Castronovo definisce "monumento perenne della splendida pietà degli ericini", è di quei tempi, e un secolo in più o in meno non modifica il discorso.
E se anche si volesse dare poco credito al privilegio di Federico II, la cui autenticità per la verità non convince del tutto, ad avvalorare la tesi dei tre studiosi ericini sopra ricordati, c'è il testamento del nobile milite ericino Giovanni Majorana, in data 1339, dove si fa menzione del nostro tempio, al quale legò per devozione la somma di 3 tarì e 15 grani.
E' stato bene osservato che "da quest'ultimo documento si trae un'altra considerazione: nel 1339 il culto di san Vito doveva essere molto diffuso e il suo santuario assai celebre, dal momento che fedeli di un paese ricco di tante chiese come Erice gli lasciavano per testamento i propri beni".

Prima, però, di parlare della predilezione degli Ericini per questo nostro gioiello, è necessaria una sommaria ricostruzione storica del territorio della Punta. Ciò sarà un'indispensabile, oltre che utile, premessa a quanto sarà appresso detto sul Santuario e sull'origine del centro abitato.
Per non andare troppo indietro nel tempo, dirò subito che sin da quando nell'827 gli Arabi invasero la Sicilia occidentale, l'Egitarso è stato sempre associato alle sorti di Erice. Divenuta, infatti, questa Gebel Hamid (il Monte di Hamid), il nostro promontorio prese il nome di Sciat el Bitir e nomi arabi ebbero molte altre località delle vicinanze. A mo' d'esempio, mi limito a ricordare la contrada "Acci", dall'arabo Kalat el Jagi (castello di Jagi). Su questa montagna che sovrasta Castelluzzo, non molti anni addietro, dissodando il terreno per piantarvi delle viti, i contadini rinvennero avanzi di costruzioni arabe.
Ricordo ancora il "Biro", dall'arabo bir (pozzo), per i pozzi che vi si trovavano, tra i quali uno abbastanza ampio denominato "u puzzu di don Paulu"; i "Catarazzi", dall'arabo Katari (macerie), per i mucchi di macerie e ruderi; il "Mondello", piccola sporgenza sul massiccio di monte Monaco a forma quasi cilindrica, simile a "u munneddu" (misura siciliana usata per cereali, dall'arabo mud); e non posso fare a meno di accennare al cippo sepolcrale arabo con la seguente iscrizione cufica, rinvenuto nella frazione di Castelluzzo:


Il cippo oggi si trova conservato presso il Museo Pepoli di Trapani e nel 1827 Salvatore Morso diede la seguente interpretazione:
"In nome di Dio Misericordioso / Miseratore. La propiziazione di / Dio sopra il nostro Signore / Maometto, e la sua famiglia, e la salute. / Questo è il sepolcro di Omar Ben / Muhamed… / Abu Beker Alsaid / Morì il lunedì / due del mese di / Dulcaada dell'anno / …dieci e…"
(Mancano le unità per corrosione avanti il dieci, e le centinaia che dovrebbero restare in altra linea).

Con l'arrivo dei Normanni e la susseguente liberazione della Sicilia dagli Arabi, il feudo della Punta fu concesso, come ho già detto, all'Università di Monte San Giuliano, divenendo demanio universale di cui i cittadini dell'Università godevano facendovi masserie, esercitandovi, cioè, molti usi civici, come semina, pascolo, far legna e carbone, tagliar "disa e corina"(6) , cavar creta, conci di tufo, marmi, pietre ed altro.
Così è stato fino alla fine del XVIII secolo, quando furono attuate le Istruzioni prudenziali per concedersi a censo i fondi comuni e patrimoniali delle Università del Regno, emanate nel 1789 dal viceré di Sicilia, Principe di Caramanico.

Si è già detto che la piccola cappella originaria fu ampliata in Chiesa vera e propria attorno al XIII secolo.
"Porta una vecchia tradizione che prima della caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi, cioè innanzi il 1453, intorno alla Chiesa di san Vito non era fabbrica alcuna e vi stanziava un pio eremita"(7).
Era questi un uomo di grande fama e santità, tanto che, attratti dalla bontà della sua vita e per impetrare grazie dal santo Martire, molti devoti venivano qui e dormivano in baracche. Ma poiché il numero dei pellegrini aumentava sempre più, e il feudo della Punta a quei tempi era completamente disabitato, per dare ad essi, che provenivano da tutta la Sicilia, ma soprattutto da Erice e Trapani, possibilità di riposo e sicurezza, dopo la presa di Costantinopoli, gli Ericini costruirono il castello, che racchiudeva "per ragioni di fortezza la Chiesa del Santo"(8). La spesa fu di 20.000 scudi.
Ma ridiamo la parola al Carvini:
"Habbiamo per tradizione anco de' nostri antenati che prima del 1453, cioè avanti che Costantinopoli cadesse sotto il tirannico giogo de' Turchi, abitò detta Chiesa un eremita di gran santità e virtù, però di costui altro non ci è rimasto di fama se non che il sapere che fu huomo di grandissima austerità e penitenza, e che servendo la Chiesa ricettava con zelo e carità quelli che frequentavano e visitavano il Santo.


               Un brano del manoscritto del Carvini


(2)Questo privilegio lo si legge nel Liber privilegiorum… excelsae civitatis Montis Sancti Juliani (1604) di GIANFILIPPO GUARNOTTA, volume manoscritto nella Biblioteca Comunale di Erice.
(3)V. ADRAGNA, L'enfiteusi dei beni demaniali dell'Università di Monte S. Giuliano (1791) nei suoi riflessi politici, sociali ed economici. In TRAPANI, riv., nn. 9-10, 1968.
(4)CASTRONOVO, op. cit.
(5)CORDICI e CARVINI, mmss. citt..
(6)Ampelodesmo e garzuoli di palma nana.
(7)CASTRONOVO, op. cit..
(8)B. PROVENZANO, op. cit..

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